COME SI ESPLICA IL LINGUAGGIO DELLE MIE OPERE
di Luigi Montanarini
Un artista non va giudicato soltanto da un punto delle sue capacità intellettive, ne tantomeno può ignorarle come intelligenza critica insita all'artista stesso, le quali non hanno meno valore delle capacità immaginative e creative; perché nell'artista sussiste una doppia natura: quella istintiva e quella riflessiva. A un mio gruppo di allievi parlando dell'aspetto della doppia natura dell'artista mi esprimevo con questa immagine: «L'artista è come una piantina che si lascia crescere e al tempo stesso si osserva nella crescita e diventa di necessità giardiniere di se stesso. Cura e pota la pianta nel suo sviluppo, modificandola via via nella crescita secondo le sue possibilità. Per cui l'artista è al tempo stesso pianta e giardiniere».
Per meglio comprendere la «doppia natura» dell'artista è necessario chiarire, sviluppandoli, i seguenti punti: 1) guida nella ricerca; 2) «lo sforzo» per portarsi al livello di se stessi e più precisamente svolto come pressione spirituale e volontà di superare se stessi. Ricordo a questo proposito, l'immagine del sacco da svuotare dove in esso si deve frugare con entrambe le braccia più in fondo possibile per ricercare e mettere alla prova le proprie possibilità.
Qui ogni astuzia è giustificata se può determinare il metodo utile per la realizzazione dell'opera d'arte. Non hanno, dunque, senso ne la spontaneità ne la verità se non sono intesi come punti di arrivo: si può essere scaltri quanto si vuole ed astuti quanto occorra per mettersi in condizione di raggiungere nell'opera la spontaneità e la verità: che ogni mezzo è buono ed ogni terapia è valida per raggiungere la possibilità delle manifestazioni dell'io interiore, e dell'inconscio. Le mie opere non nascono, sembrerà strano, in una normalità di sentimenti o in una normale condizione psicologica e mentale, ma nascono invece sotto l'impulso provocato coscientemente da me stesso e da una euforia determinata dallo sforzo, II terzo punto è quello de «II cambiamento» inteso non come fatto nel senso che non abbiano ancora trovato la giusta parola, ma come condizione necessaria e vitale che finisce per essere costituzionale all'artista e al tempo stesso ad un suo preciso modo di essere.
Un'opera ha in sé quel tanto di novità che la distingue da quelle precedenti; ed è proprio quel tanto di novità che stimola costantemente il mio desiderio di scoperta, che a sua volta mi invita ad incamminarmi in quella direzione. In tal senso lentamente, ma inesorabilmente si determina il cambiamento della visione. Citerà qui un pensiero che penso possa meglio chiarire e riassumere quanto all'inizio dicevo: «Goethe amava il concetto di entelechia anche in senso autobiografico; egli era più che convinto di trovare in questo una qualificazione ben definita della sua opera come della sua personalità: una costante unità e pluralità, un carattere fondamentale ed una capacità di continuo rinnovamento. In tal senso Goethe aveva la coscienza di poter concretizzare diverse metamorfosi senza cambiare nella della sua sostanza più profonda» (G.R.Hoche). Secondo la mia esperienza, l'artista procede nella sua azione operativa, nel senso suddetto, inizialmente sperimentando quello che l'istinto obbliga, quasi ciecamente, a compiere.
Immediatamente all'istinto interviene il senso critico che prontamente analizza il fatto, fatto che a sua volta viene dalla coscienza assorbito. A questo punto entra di nuovo in azione un altro atto istintivo, arricchito questa volta da quei dati di coscienza, il quale determina un'azione a due tempi. Questa azione «a due tempi» protrarrà fino alla conclusione del quadro, con una caratteristica importante: i punti distinti, in realtà alternati, nell'atto creativo vengono a coincidere, per il cui il pittore agisce, ma al tempo stesso si vede agire. In altri termini potremmo dire che l'atto creativo è tutto istinto e tutta logica.
Fin dai primordi della mia esperienza artistica ha potuto constatare questo mio sviluppo interiore.
Gli sviluppi istintivi, inizialmente dissociati e in libertà, non avevano ancora una intenzionalità di valore e di coscienza. Da queste condizioni non concorde, nascevano in me, e come ho potuto notare anche nei miei allievi, certi stati d'animo fortemente dolorosi e paurosi, causati da una incomprensione quasi completa del fatto. Man mano che si. maturava in me la coscienza del fatto artistico, conquistato anche attraverso l'esercizio costantemente quotidiano della propria esperienza, parallelamente a queste conquiste si andava determinando la comprensione sostanziale di ciò che inizialmente era alla coscienza incompreso.
La conclusione, dunque, di questo mio interiore travaglio dava luogo ad un equilibrio, ad una serenità fino allora sconosciuta. Ovviamente tutto ciò lo avevo acquistato per via dell'esperienza: da questo momento nascevano e si formavano le fondamentali premesse dell'idea di un linguaggio. Linguaggio propriamente personale. Per esperienza ho voluto qui intendere non solo quella dell'esercizio manuale, che d'altra parte contiene in sé anche tutte quelle possibilità interiori che si manifesteranno ulteriormente, ma quella che coinvolge nel ritmo interiore il moto di quelle aspirazioni.
L'idea di una mia opera si manifesta a me stesso non a-priori ma nella concezione e sviluppo, intesi come. formazione dell'opera stessa, e delle formali strutture. Ritengo che appartenga all'arte solo quell'opera che, forma! mente conclusa abbia in sé un'idea superiore a quella che l'artista intenzionalmente aveva nel realizzarla. Insomma il pittore è diventato il veicolo e strumento di qualcosa più grande di lui, Perché l'opera sia veramente valida, nel mio procedimento operativo, tengo presente e mi impongo un'azione, che è quella di dimenticare che sto per compiere un'opera artistica. Per togliere in me ogni idea a-priori di conformazione dell'opera stessa, procedo, perciò, come si procede per qualsiasi lavoro manuale: stendo sulla tela alcuni colori, lasciando l'azione il più possibile istintiva. Man mano che il movimento accresce il suo ritmo accade questo fenomeno: il pittore dimentica di essere se stesso e segue l'andamento della pittura che sta nascendo sotto i suoi occhi. Ora voglio dire che l'artista in questo doppio atto, uno creativo e l'altro riflessivo, coglie e determina in un unicum il significato dell'opera e di se stesso. Questo è il particolare valore che la mia opera comunica all'osservatore. Di ciò si ha fede per il fatto che tutti i miei moti interiori fissati automaticamente sulla tela, trovano reale e leale rispondenza nei moti interiori dell'osservatore stesso. In tal senso l'osservatore dovrebbe avere l'impressione di essere cosciente dell'esperienza di quello che l'artista gli ha comunicato, e cioè nella misura e nella varietà proprie di ciascuna individualità.
«Il problema della realtà» è certo un problema complesso. Ma che cosa intendo per realtà?
Prima di tutto direi novità assoluta di inserire il segno come creazione di spazio; e al tempo stesso la nascita dei rapporti fra i colori, nel senso di armonia, di contrasto, o nel senso lirico e drammatico, e anche per tutte le altre condizioni possibili.
La formazione delle mie opere si può comprendere pensando ad un itinerario dove appaiono via via, uno dopo l'altro, gli elementi che si succedono con un movimento alternato di affermazioni o negazioni per la fortunata presenza di un diavoletto cartesiano, che è la possibilità della negazione di me stesso. Continuando con questo ritmo, finché non giunga un elemento determinante che conclude l'opera. Questo elemento che identifico con la linea sarà in rapporto con tutti i fattori formali precedenti, valorizzandoli e armonizzandoli tra loro e definendo così oltre la struttura plastica il senso preciso dell'opera. La realtà, quindi, per me, e cioè per le mie opere, è soltanto ed esclusivamente la realtà dell'opera stessa.